L’Atlantico come cura per ritrovarsi. Viaggio nelle sperdute Azzorre


C’è una scritta sulla fusoliera dell’aereo che ti porta in mezzo al blu: “L’Atlantico e tu”. E’ azzeccata in pieno. Ad ogni passo fra gli azzurri corridoi di ortensie di Faial, ogni nuotata all’ombra della montagna di Pico, ogni coda di capodoglio immerso al largo di Sao Jorge, si inspira forte il legame fra io e natura. E poi si espira l’oceano. 

La magia delle Azzorre, nove isole europee battenti bandiera portoghese piazzate a metà fra l’America e l’Europa, è racchiusa nei colori, i vulcani, le casette bianche delle piccole “faja” circondate dai pascoli,  paesaggi ancora selvaggi che gli azzorriani preservano con infinita cura. 

Negli ultimi cinque anni, anche nell’arcipelago più a ovest d’Europa spesso dimenticato da mappe e confini, il turismo sta crescendo a vista d’occhio. Ad eccezione di Sao Miguel, l’isola più grande che ospita il capoluogo Ponte Delgada, la maggior parte delle nove sorelle ancora non vive di turismo e nemmeno, confessano gli abitanti, lo vorrebbe. “Speriamo non arrivino troppi voli low cost, oppure rischiamo di rovinare questo patrimonio” è il mantra che ripetono gli anziani al bar.
Per ora, a preservare questo straordinario tesoro naturale, c’è la distanza: le Azzorre non sono semplicissime da raggiungere e nemmeno economiche da girare. 

COME E QUANDO – Dall’Italia serve uno scalo, a Lisbona o Porto, per poi arrivare in un paio d’ore su una delle isole principali. L’estate è il mese ideale per goderne il clima. Sono divise a gruppetti: ci sono quelle orientali, come Sao Miguel e Santa Maria, dove i viaggiatori europei accorrono in massa grazie a qualche volo diretto da Germania o Inghilterra. Le centrali, composte dal triangolo magico per l’avvistamento di balene, quello fra Faial, Pico e Sao Jorge a cui si uniscono un po’ più a nord  ovest Terceira e Graciosa, e infine le remote e selvagge Flores e Corvo (su quest’ultima vivono appena 400 persone). Ogni isola è un mondo a sé. 
Tutte offrono a chi le visita la sfrontatezza e la bellezza dell’Atlantico, delle sue correnti e il suo clima. Mentre da noi regna il solleone grazie all'”anticliclone delle Azzorre”, nelle isole anche d’estate il tempo può cambiare in un attimo, come se fosse una Islanda ma con una ventina di gradi sempre garantiti. Ma ci vuol poco:   costume da bagno, k-way e un paio di scarpe da trekking sempre dietro trasformano ogni giornata in avventura. 

COSA FARE – Perché le Azzorre sono questo: natura e sport, paesaggi lunari ed enormi crateri, mulini e corridoi infiniti di fiori e sullo sfondo un mare dove saltano delfini e capodogli, perfino orche se avete la fortuna di incontrarle.
Qui – a parte durante i grandi festival come la “Semana do Mar” – le notti scorrono tranquille coccolate dal vento e il canto degli uccelli. Di giorno i turisti passano ore ad esplorare il cratere di Sete Cidades oppure a farsi il bagno nell’acqua “caliente” delle  “furnas” (tutte attrazioni principali di Sao Miguel) o ancora a camminare fino a Praia Formosa (Santa Maria) o scoprire l’Algar do Carvão, tunnel lavico all’interno della Caldeira de Guillerme Muniz (a Terceira).

Che sia in bicicletta, a cavallo o camminando, a trekking finito la sera ci si ritrova in qualche “tasca”, ristorantini dove bersi una biretta a un euro, oppure un caffè a 0.60 cent, magari degustando formaggi sublimi e ben stagionati come quello di Sao Jorge con un bicchiere di vino “vulcanico” prodotto dalle viti di Pico. Se mangiare e bere è decisamente economico, non lo è spostarsi.
I mezzi pubblici sono pochi e i taxi cari: conviene affittare un auto o uno scooter, ma va fatto con largo anticipo. Anche muoversi fra le isole è un salasso: se non si prenota prima per tratte di appena 20 minuti con la Sata Airlines si pagano più di 80 euro. L’ideale, per chi ha poco tempo, è dunque scegliere una zona dove ci si possa muovere da un’isola all’altra in traghetto: il triangolo Pico-Faial-San Jorge è alla portata di tutte le tasche. 

TRIANGOLO MAGICO – Pico offre una montagna che da sola vale il viaggio: un vulcano scalabile in tre ore alto più di 2300 metri (è il monte più alto del Portogallo) dove a volte, la sera, la luna si “deposita” per una foto da cartolina. E’ l’isola dei vini e delle grotte, della tranquillità e le piscine naturali dove nuotare in sicurezza.
Alle sue spalle c’è Faial, l’isola azzurra. Qui puoi passeggiare fra le nuvole mentre percorri a piedi la Caldeira, dalla quale si può scendere in bici senza pedalare nemmeno una volta fino alla città. Oppure osservare un infinito tramonto da Capelhino, una montagna che a causa delle eurzioni vulcaniche sottomarine si è formata appena una sessantina di anni fa.
A Faial quando piove, nella città di Horta, la gente si raduna nel bar più famoso di tutto l’Atlantico, il Peter Cafè, in piedi dal 1918. E’ il bar dei marinai, lo è davvero. E’ davanti alla “marina” di Horta, nota in tutto il mondo: lì approdano i naviganti che attraversano l’Atlantico, avventurieri che dopo mesi di mare celebrano la traversata dipingendo con scritte e bandiere il lungomare del porto. Dentro al Peter, fra un “gin do mar” e la musica sempre accesa, si leggono i messaggi dei velisti giramondo. Roba tipo: “Cerco equipaggio per tornare ai Caraibi” oppure “Chi viene in Francia in barca mercoledì?”. E’ un luogo che non cambia, sospeso nel tempo, dove tutti parlano con tutti. E ognuno ha una storia da raccontare.


L'Atlantico come cura per ritrovarsi. Viaggio nelle sperdute Azzorre

Delfino al largo di Pico

I CAPODOGLI – Lì fuori ci sono le agenzie di whale watching, esperienza che richiama alle Azzorre migliaia di visitatori. Da Fail e da Pico barche e gommoni con a bordo esperti biologi marini per una sessantina di euro accompagnano per tre ore i turisti in mare appena ricevono il segnale dai “vigia de baleia”. Sulle colline o i monti come quello “Da Guia”, uomini armati di binocolo sorvegliano il mare: al primo spruzzo avvertono il porto e le navi da whale watching salpano. Così si avvistano facilmente meravigliosi capodogli, balene, delfini che danzano intorno alle navi, grampi, zifi e decine di altre specie. Nel frattempo, in alto mare, altri turisti si dedicano alla costosa pesca del marlin: specialità che richiama pescatori da tutto il globo. 

FUORI DAL TEMPO – Se Pico e Faial sono fra le più frequentate, Sao Jorge resta una isola lunga e alta che regala – come Flores e Corvo – emozioni selvagge. Una di queste è la visita alla Faja da Caldeira de Santo Cristo, minuscolo paesino di poche anime sospeso nel tempo. Ci si arriva soltanto a piedi dopo un’ ora di cammino, oppure pagando un trasporto su un quod. E’ magico: onde da surf si scagliano contro le rocce che proteggono una piccola laguna interna ideale per nuotare o fare sup. Tutt’attorno l’altissima costa brulica di verde e di uccelli, mentre fra le stradine circondate da ortensie e aloe e difficilmente incontrerete qualcuno, forse qualche gatto. 
 
C’è un solo bar-ristorante, una chiesetta, poche case e una surf house dove dormire e soprattutto niente elettricità la notte e niente segnale del telefono. E’ il posto ideale per staccare da tutto, sedersi su una veranda e fissare l’oceano: soltanto l’Atlantico e tu.



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In viaggio senza figli: ecco Tempted, la piattaforma “children free”


Una piattaforma specializzata nei viaggi senza bambini. Dedicata a chi, per esempio dopo una lunga vacanza con i propri figli, volesse concedersi un’esperienza per così dire più isolata e tranquilla, con la garanzia che anche gli altri ospiti o partecipanti non saranno accompagnati dai propri pargoli. Ma anche a chi apprezzi tout court proposte più tagliate su lusso, sport, relax, esperienze gastronomiche di livello, motori. Sempre in compagnia del o della propria partner ma rigorosamente “children free”, come si dice con una formula forse un po’ dura ma molto chiara. Questa la scommessa dell’imprenditrice francese Mariam Bulin-Diarra, già vicepresidente di TourMega e in forze a State Farms, Symantec, Vedior Group/Randstad, che ha appena lanciato a San Francisco una nuova creatura: si chiama Tempted ed è, appunto, riservata a un pubblico di soli adulti.
 
Tempted è la prima piattaforma di viaggi interamente dedicata all’ospitalità e alle attività senza bambini né adolescenti. “Si tratta di una startup hi-tech di viaggi che si focalizza nelle vacanze senza figli in alcuni dei migliori hotel, resort e ristoranti nelle più belle destinazioni del mondo” ha spiegato Bulin-Diarra al lancio della società, che ha sede a San Francisco. Le opzioni sono davvero molte, l’offerta è molto ampia e destinata ad arricchirsi anche in virtù degli accordi già sottoscritti con molte piattaforme partner come Booking.com, TripAdvisor, Get Your Guide, Klook e Orbitz. Tanto per rimanere alla prima, significa a vere a disposizione quasi 30 milioni di alloggi dove dormire, oppure 200mila esperienze e attività di viaggio da vivere con Get Your Guide e pacchetti pronti con Orbitz. Si va dai tour enogastronomici di Parigi a quelli a piedi di Frisco fino ai ritiri Mma in Thailandia, per imparare a lottare, o ai test drive con le Ferrari in Italia.
 


In viaggio senza figli: ecco Tempted, la piattaforma “children free”

“Siamo orgogliosi di presentare anche una speciale sezione, Pride, dedicata ai viaggiatori Lgbt” ha aggiunto la fondatrice, che ovviamente ha incluso nell’offerta della piattaforma anche qualcosa di più piccante, in un catalogo davvero molto ampio. A quanto pare arriveranno anche altre partnership: sia con altri operatori specializzati in tour e attività sempre più originali – le persone vogliono ormai esperienze, dalle vacanze – ma anche colossi come Airbnb e Uber. Il mondo dei viaggi è ormai un mosaico di nicchie, più o meno popolose, e l’offerta si ritaglia in base alle esigenze di una domanda sempre più personalizzata.
 
Ma perché una piattaforma per viaggiare senza i bambini? “Nel mercato del turismo attuale la maggior parte dei siti è progettata per le famiglie e spesso non dispongono di sezioni riservate o filtri adeguati a selezionare alloggi, esperienze e ristoranti solo per adulti” spiega Bulin-Diarra. Insomma, per quanto possa apparire una scelta bizzarra, e per alcuni impossibile perché non si separerebbero mai dai propri figli, si tratta di fatto del frutto di un attento studio del settore sotto l’aspetto digitale. “Ho avuto l’ispirazione quando ho ospitato due viaggiatori canadesi tramite Airbnb nella mia casa di San Francisco: non andavano in vacanza dal loro matrimonio, dieci anni prima, visto che avevano avuto tre figli. Molto bello ma tutto ciò che volevano in quel periodo era divertirsi per dieci giorni senza essere padre e madre” ha aggiunto. Fra l’altro, un po’ come Airbnb, anche Tempted – oltre alle strutture acquisite attraverso gli accordi con i partner – è aperta alle offerte di ospitalità dei privati. Vale a dire che chiunque disponga di stanze o proprietà di livello può offrirle sul sito, così come chi organizza tour o altri tipi di esperienze. Sempre senza under 18 nei dintorni.
 
 

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Scandola. Il gioiello corso invaso dai turisti. A rimetterci è il falco pescatore


Tanto bella quanto fragile. A nord ovest della Corsica, fra meravigliose falesie e acque turchesi circondate dal verde, la riserva naturale di Scandola lancia – secondo biologi e ambientalisti – una richiesta d’aiuto. Il problema è il numero di turisti che la visitano ogni anno: 3 milioni, il 75% di questi d’estate.  Ogni giorno nei mesi più caldi la riserva accoglie turisti con una crescita esponenziale che, avvertono i francesi, sta facendo scattare un campanello d’allarme per il futuro del delicato ecosistema di questo paradiso. 
 
Dal 1975 questa riserva è stata infatti dichiarata patrimonio mondiale dell’Unesco anche per cercare di proteggere un uccello particolare, il falco pescatore, specie a rischio che nidifica proprio sulle scogliere di Scandola. Da quando nella riserva è aumentato il numero di turisti, racconta un recente report della Afp, le nascite di nuovi falchi si sono ridotte al minimo. Non solo: le barche che attraversano le acque cristalline con a bordo italiani, francesi, spagnoli ma anche russi e tedeschi sempre più presenti nell’area, rischiano di impattare sulla crescita della posidonia e delle alghe marine, fondamentali per gli equilibri della vita.

Da quasi quarantacinque anni la riserva naturale e area marina protetta è un sogno raggiungibile solo in barca, grazie a gite che partono dalla piccola Marine di Porto e in circa 40 minuti raggiungono l’area circondata dalle rosse scogliere. Una volta arrivati a bordo dei gommoni, i turisti possono godere le bellezze di “una riserva gioiello per la Corsica e per l’intero Mediterraneo, ma dove ora sta lampeggiando una luce rossa d’allarme” sostiene il biologo marino Charles-Francois Boudouresque, che spiega come flora e fauna, dalle alghe sino al falco pescatore ed alcune specie di pesci, soffrano per la presenza impattante dei visitatori. La stagione turistica coincide infatti “con la stagione degli amori dei falchi pescatori” spiega Boudouresque, professore del Mediterranean Institute of Oceanography.

Per via del turismo eccessivo, dice il francese all’Afp,  “il successo riproduttivo dei falchi è zero o quasi zero, senza pulcini o con un solo pulcino all’anno”. Il biologo, a capo del consiglio scientifico consultivo di Scandola, teme che il falco pescatore possa estinguersi in 50 anni. Uno dei problemi che impattano maggiormente sulla vita del falco è proprio quella delle barche, troppo vicine alle scogliere e attive nel “disturbare” la vita degli animali. Ecco perché da luglio, su richiesta del comitato scientifico, le imbarcazioni a Scandola devono mantenere una distanza minima di 250 metri dai nidi dei falchi pescatori durante la stagione riproduttiva. 
 
E’ un primo passo per cercare di arginare l’impatto del turismo ma resta ad esempio il problema del rumore delle barche che secondo Boudouresque spaventano la fauna ittica, mentre le ancore sganciate dalle imbarcazioni – alcune delle quali senza guide autorizzate – rovinano i fondali ricchi di piante marine.

“È strano per una riserva naturale vedere tutte queste barche – dice Pierre Gilibert, un medico di 65 anni,  visitatore abituale di Scandola – potrebbe essere saggio consentire l’accesso solo a barche professionali”. Sono in molti, come lui, a condividere  l’opinione che le imbarcazioni private non siano sufficientemente monitorate o informate dei problemi ecologici. 


Scandola. Il gioiello corso invaso dai turisti. A rimetterci è il falco pescatore

“Questa mattina abbiamo visto gente arrampicarsi sugli scogli e attraccare le loro barche in alcuni passaggi stretti dove non è permesso” racconta Gabriel Pelcot, che fa parte della compagnia  Nave Va. Quest’ultima, insieme a Via Mare, è una delle compagnie che per per portare i turisti a Scandola usa navi ibride: vengono alimentate a diesel fino ai confini del parco marino e poi, una volta entrati nella riserva, spinte dall’elettrico per essere più silenziose e meno inquinanti. “Operare così costa il 30% in più, ma aiuta l’ambiente” dice Pelcot.

Secondo il biologo Boudouresque ogni soluzione per mantenere il turismo, che apporta benefici economici all’area, e la tutela dell’ambiente, deve essere esplorata. Un’altra idea potrebbe essere quella di sposare conservazione e turismo grazie a telecamere da installare vicino ai nidi dei falchi pescatori in modo che possano essere osservati senza essere disturbati.

Un recente studio italo-francese del 2018 ha dimostrato le connessioni fra la crescita del turismo e il calo della riproduzione dei rapaci: il numero delle imbarcazioni che passano a soli 150 metri dai nidi è infatti triplicato e in estate si contano quasi 400 passaggi di barche al giorno. Il traffico disturba la pesca dei maschi, rende l’acqua opaca e spinge i rapaci a cacciare altrove portando meno cibo ai piccoli mentre le femmine stanno in media più lontano dai nidi a causa dei rumori. Tutto questo, secondo  Olivier Duriez del Centro di ecologia funzionale ed evolutiva dell’Università di Montpellier, mette a rischio il futuro della specie: “Ecco perché bisognerebbe forse modificare il modo in cui viene gestito il turismo in quest’area marina protetta”.


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Barcellona, boom di aggressioni e furti: turisti nel mirino


Boom di aggressioni e scippi a Barcellona. Obiettivo prediletto dei ladri: i turisti. I tanti, per alcuni forse troppi, turisti che approdano ogni anno nel capoluogo catalano, meta letteralmente esplosa a partire dal 1990. Se all’epoca erano appena 1,7 milioni all’anno, 27 anni più tardi sono diventati quasi nove milioni stando solo a chi pernotta in hotel a cui, come vedremo, vanno aggiunti crocieristi e chi si organizza in case e appartamenti privati. Lo scorso mercoledì il consolato degli Stati Uniti della seconda città spagnola ha infatti pubblicato un avviso rivolto ai visitatori americani rispetto all’“aumento dei delitti violenti” verificatosi questa estate e ha consigliato loro di non sfoggiare beni di valore, gioielli e orologi mentre visitano la metropoli di Antoni Gaudí, passeggiano sulla rambla o gustano una paella. Il quadro è talmente grave che molti cittadini si sono organizzati in “ronde” contro i furti, orientate a sensibilizzare i turisti e a tenerli al sicuro. O almeno a provarci, costringendo i sospettati a lasciare i vagoni e le stazioni a suon di fischi, urla e insulti. Non tutti, insomma, sembrano odiare l’invasione di massa come accade per esempio a Maiorca, dove pochi giorni fa un gruppo di estremisti catalani ha sfregiato le auto noleggiate dai visitatori, rei di intossicare le Baleari con i loro veicoli in affitto.
 
Diversi altri fatti di cronaca confermano in effetti una situazione tesa, che approfitta del roboante turismo di Barcellona e mette a rischio l’immagine così attraente che ne ha decretato il successo negli ultimi vent’anni, proiettandola fra le mete evergreen praticamente per tutto l’anno grazie a un mix fatto di arte e architettura, cucina, calore e voli low-cost. Per esempio, l’ambasciatore dell’Afghanistan in Spagna è stato aggredito e derubato dell’orologio, la famiglia reale del Qatar beffata in albergo per beni da 100mila euro mentre una donna francese di 91 anni è stata ricoverata dopo una caduta provocata da uno scippo: i ladri le hanno strappato una collana.
 

Non solo. Da giugno si contano in città otto omicidi, una dozzina allargando lo sguardo all’inizio dell’anno: una cifra piuttosto rara certo non del tutto da collegare a questa fiammata che ha per obiettivo principale i turisti. Fatto sta che una funzionaria sudcoreana è morta a causa delle ferite subite durante una rapina. E altri quattro turisti tedeschi sono finiti in ospedale lo scorso fine settimana dopo essere stati aggrediti sulla spiaggia di Barceloneta da una gang di balordi. Tanto che il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung ha accusato Barcellona con un titolo molto forte, “città di ladroni”, raccontando di oltre 40 denunce al giorno per furto. Dal canto loro le agenzie di viaggi tedesche starebbero distribuendo avvisi e opuscoli ai clienti per allertarli dei rischi e consigliare loro come comportarsi nelle stradine del barrio Gotico o del Raval. Non è un caso che la potente associazione cittadina degli albergatori sia molto preoccupata e si sia lamentata più volte delle “gravi mancanze” in materia di sicurezza che possono “danneggiare seriamente la reputazione della città”.
 
Dal comune non negano l’emergenza, lo stesso Albert Battle, responsabile della sicurezza, ha riconosciuto una “crisi di sicurezza” anche se ha chiesto di fare un’“analisi seria e responsabile” del fenomeno. Insomma, di non esagerare. Per la polizia, per esempio, i furti sarebbero aumentati del 28% fra 2016 e 2018 e la frequenza delle rapine violente sarebbe in aumento del 31% nella prima metà del 2019. Al contrario, omicidi e aggressioni sarebbero in diminuzione dall’inizio dell’anno e il tasso di uccisioni per abitante rimane comunque di molto inferiore a quello di città come Londra, Berlino o Bruxelles. Insomma, secondo l’esperta di politiche di sicurezza Sonia Andolz, “Barcellona resta una città molto sicura. C’è stato un aumento ma non è sufficiente a giustificare l’allarme che si è prodotto”. Probabilmente, però, qualcosa si è rotto negli equilibri cittadini.
 


Barcellona, boom di aggressioni e furti: turisti nel mirino

Turisti in fila davanti al Duomo, nel Barrio Gótico

L’esperta collega il fenomeno proprio all’esplosione del turismo, che più volte e in diversi modi – basti ricordare la battaglia contro gli alloggi di Airbnb della sindaca Ada Colau, lanciata addirittura nel 2015 – si è tentato di contenere per evitare invasione e impennata degli affitti. Oltre ai dati citati in precedenza e forniti dall’Osservatorio municipale del turismo occorre infatti aggiungere i 2,7 milioni di passeggeri che arrivano in città sulle maxinavi da crociera e 2,4 milioni di inquilini di case e appartamenti turistici, per brevi o medi periodi. Il saldo totale sfiora dunque i 16 milioni di visitatori all’anno. Con tutta la prudenza del caso nel mettere insieme i diversi pezzi rimane tuttavia un altro fatto: il 60% di scippi, furti e rapine si verifica proprio nelle zone più gettonate, dalla città vecchia (che secondo alcuni residenti sarebbe “abbandonata a se stessa”) al quartiere dell’Eixample dove sorge l’incompiuta e affascinante Sagrada Família.
 
Colau, accusata di lassismo, si è difesa ricordando l’aumento del budget dedicato alla sicurezza mentre la regione ha schierato più poliziotti, comprese le unità antisommossa (non in realtà non si capisce in che modo possano essere utili a contrastare il microcrimine). Il punto, in Spagna come altrove, è la certezza del diritto: solo un ladro su dieci arrestato per furto con violenza fra 2018 e 2019 è effettivamente finito in carcere. Così i cittadini hanno messo in piedi le ronde che girano per i luoghi turistici e la metropolitana con avvisi in diverse lingue: “Vediamo tanta insicurezza, tanta ansia che viene da dirsi: o facciamo qualcosa per recuperare Barcellona o si trasformerà in una metropoli sudamericana” ha spiegato Eliana Guerrero, una colombiana che 12 anni fa ha inaugurato il fenomeno delle “ronde” e da sempre pattuglia la metro cercando di allertare i turisti. Ma come sempre affidarsi al fai-da-te della sicurezza non è la scelta giusta né la più efficace.

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Australia. L’arte si confronta con il reef. Nel Queensland il primo museo sottomarino diffuso del mondo


Immergersi e nuotare a metri di profondità, ammirando barriere coralline, banchi di pesci colorati e alghe variopinte come fiori, tra grotte nascoste e mondi sommersi. È la voglia di esplorare i panorami marini che spinge a inforcare la maschera e partire alla scoperta dei fondali più interessanti. Soprattutto se nascondono un tesoro, che va ben oltre le bellezze che la natura offre. Sculture, opere d’arte, installazioni, spettacoli da ammirare in uno scenario fuori dal comune: il mare.   

Il primo artista al mondo a creare sculture subacquee è stato l’artista inglese Jason deCaires Taylor, classe 74. È famoso per le sue opere speciali, percorsi artistici sommersi metri sott’acqua, da scoprire nella calma e il silenzio delle profondità marine. Con i suoi lavori, questo straordinario artista fino a oggi ha girato il mondo, organizzando esposizioni sottomarine temporanee allestite tra i fondali più ricchi del pianeta. Ora lo scultore è pronto a mettere (si fa per dire) radici. Lo fa tra le acque del Queensland, dove sta lavorando per finire il Museum of Underwater Art: il primo museo diffuso sottomarino al mondo.

Perfettamente integrato con le magnifiche scenografie del posto, il museo ha diverse strutture sparse tra le località al largo della costa, in cui immergersi e nuotare tra sculture e opere create in piena armonia con l’ecosistema. Il sito scelto per questo progetto unico è strepitoso: la Grande barriera corallina situata al largo della costa del Queensland, nell’Australia nord-orientale, un ecosistema ancora selvaggio, che raggiunge i 2300 chilometri di lunghezza, popolato da centinaia di isole e atolli deserti, con oltre seicento tipi di coralli, innumerevoli specie di pesci colorati, molluschi e stelle marine, tartarughe e delfini. Visitando le varie sedi scelte per il museo, dalla John Brewer Reef a Palm Island, da Magnetic Island a Townsville, North Queensland, sarà anche l’occasione quindi per scoprire la bellezza della regione e delle sue acque.

Il primo sito ad aprire sarà quello di Townsville, che ospiterà, tra le altre, una scultura chiamata Ocean Siren, raffigurante una giovane indigena che cambierà colore in base ai dati forniti quotidianamente dall’Australian Institute of Marine Science sulla temperatura dell’acqua: il messaggio è un chiaro ammonimento sul surriscaldamento globale. La scultura sarà esposta in modo tale da spuntare fuori dalle acque con la bassa marea e immergersi fino a scomparire con l’aumentare delle correnti.


Australia. L'arte si confronta con il reef. Nel Queensland il primo museo sottomarino diffuso del mondo

La barriera del Queensland

Taylor non è nuovo a tematiche ambientali, umanitarie o sociali. Tra le sue opere più famose infatti, c’è l’Evoluzione silenziosa, ritratto di una popolazione che giace sui fondali. Sembrano i relitti di un’antica civiltà, sommersa migliaia di anni fa da un’onda anomala. Quattrocento tra donne e uomini, anziani e bambini, riprodotti a dimensione reale, interagiscono in ordine sparso creando un paesaggio sottomarino unico. Un esercito di sculture che nel silenzio degli abissi indaga sul rapporto tra quanto viene creato dall’uomo artificialmente e la flora e fauna marina. Che le statue attirano, compiendo una metamorfosi in perenne divenire. Nel silenzio degli abissi, adagiate tra i fondali, con il passare del tempo le figure umane compiono un’evoluzione e si trasformano pian piano in creature marine, viventi. Un’evoluzione silenziosa, come recita il titolo dell’installazione.


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Tunisia. Sarà un anno record per il turismo. Nonostante tutto


Dopo anni, intere stagioni di declino, la sete di cultura e quella di mare sembrano aver vinto la paura. Il desiderio di esplorare le bellezze della Tunisia, dal parco nazionale di Ichkeul passando per la Medina di Sousse, Hammamet, la Grande Moschea di Qayrawan oppure le splendide spiagge a sud di Monastir, sta lentamente riprendendo piede nel paese nordafricano messo in ginocchio dagli attentati terroristici degli ultimi anni. 
 
Quest’anno, ipotizza il Ministero del Turismo e dell’Artigianato, in Tunisia potrebbero registrarsi fino a 9 milioni di ingressi turistici, una sorta di record visto quello che è accaduto nell’ultimo lustro. Era il 2015 quando una serie di attacchi, dopo un periodo di relativa tranquillità, colpirono il Paese e l’industria turistica in maniera devastante. Restano fresche nella memoria collettiva le immagini degli attacchi al Museo Nazionale del Bardo a Tunisi, in cui morirono 22 persone fra cui diversi turisti, così come il successivo attentato sulla spiaggia di Sousse, lenzuola bianche distese sulla sabbia a coprire i corpi di 38 vittime. Attacchi rivendicati dall’Isis seguiti  ancora  da dodici morti nell’attento suicida a Tunisi e altre scosse politiche che hanno minato la sicurezza del Paese. Da allora il turismo è sceso in picchiata. Nel 2016 si registravano appena 2,2 milioni di visitatori. Una crisi, per un settore fondamentale che contribuisce per il 14,2% al PIL tunisino e offre opportunità di lavoro ad almeno due milioni di cittadini, tale da gravare pesantemente sulle casse di un già fragile stato. 
 

Per fortuna, grazie a una lenta ripresa fatta di fiducia, tour operator, viaggi organizzati, attrazioni e investimenti l’Organizzazione mondiale del turismo (UNWTO) ha certificato che dal 2016 al 2017 c’è stato un aumento del 23,2 % dei flussi turistici. Due anni fa i numeri sono risaliti fino a toccare 7,1 milioni di visitatori, lo scorso anno 8 milioni e quest’anno si stimano più di 9 milioni di presenze. E’ l’alba di un nuovo giorno per il turismo nordafricano, anche se – nonostante le ingenti misure di sicurezza studiate dal governo – permangono una serie di avvertenze e cautele relative a zone sconsigliate ai turisti e considerate a rischio, come quelle di confine. 
 
Per il ministro del turismo tunisino, Roni Trabelsi, il turismo però continuerà a crescere tanto che si attendono entrate per 1,3 miliardi di dollari. Solo negli ultimi sei mesi i ricavi del settore sono aumentati del 42,5% soprattutto grazie all’arrivo di turisti europei, in particolare francesi (+26,2%) e tedeschi, che si sono andati a sovrapporre al fisiologico crescendo globale dei flussi provenienti dall’Asia

Nei primi sei mesi dell’anno l’area turistica Djerba-Zarzis rimane la prima in termini di maggior numero di pernottamenti (1,1 milioni, + 19,1%), seguita da Sousse (938 mila, +21,8%), Yasmine-Hammamet (639,8 mila, +20,4%), Tunisi-Carthage Coast, Nabeul-Hammamet e Monastir-Skanes.

Ma come avverte il sito della Farnesina bisogna prestare ancora molta attenzione, a causa delle tensioni sociali e dell’instabilità economica, a fenomeni di furti ed episodi di microcriminalità.

Per tutti coloro che volessero visitare il Paese il portale “viaggiare sicuri” ricorda ancora anche le criticità legate al terrorismo ma sottolinea anche che “le principali arterie stradali nel Paese e nella capitale sono soggette ad un’elevata sorveglianza, anche attraverso posti di blocco, da parte di personale”.


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Magellano e il viaggio più folle: 500 anni fa il primo giro del mondo. E la fine del terrapiattismo


C’è un filo sottile che unisce le imprese di Yuri Gagarin, Neil Armstrong e Ferdinando Magellano. Non è solo la forza trascinante della scoperta, dell’esplorazione, dell’ignoto. A 450 anni di distanza le loro traversate hanno significato una rivoluzione geografica, economica e politica. Ma hanno anche spostato un confine, quello della conoscenza, fino ad abbracciare un orizzonte più vasto. L’universalità delle leggi naturali che rendono tutti gli uomini la trascurabile parte di qualcosa di più grande, da qui alla Terra del Fuoco, fino alle colline di polvere e sassi nei crateri e nei Mari lunari. Cinquecento anni fa, mezzo millennio prima che il terrapiattismo ricostruisse le sue radici tra i nodi della rete, la vela della nave Victoria all’orizzonte della costa spagnola tornava, portando con sé la prova che la Terra era davvero una sfera. Fu l’impresa di Magellano forse la prima davvero “planetaria” anche se il “Capitano generale”, salpato il 10 agosto 1519, non rivide mai più le coste europee.

Il viaggio

Partì con cinque navi da Siviglia, navigando il Guadalquivir fino a Sanlúcar de Barrameda per poi “ingolfare”, il 20 settembre successivo, nell’Atlantico diretto verso l’ignoto “Sur”. Come Cristoforo Colombo, anche lui dovette ‘vendere’ la sua idea a un regnante che fosse abbastanza ‘folle’ da crederci. Entrambi lo avevano trovato in Spagna. Il navigatore portoghese arrivò alla corte di Carlo V, che gli diede cinque navi e 237 uomini per scoprire una nuova rotta più conveniente verso le isole Molucche. Lo scopo era evitare che le preziose spezie dovessero passare dall’Oceano indiano e in Africa, oppure dall’Asia, attraversando le terre sotto il dominio ottomano e poi essere commerciate dal monopolio delle repubbliche marinare, Genova e Venezia. Peggio ancora, doppiare il Capo di buona speranza di fronte ai portoghesi.
 

in riproduzione….

Magellano era certo che ci fosse la via, e la trovò. Ancora prima di attraversare l’Atlantico e sbarcare in Brasile, aveva dovuto affrontare un tentativo di ammutinamento da parte dei capitani delle altre navi. Spagnoli che, secondo la narrazione che ci ha consegnato il vicentino Antonio Pigafetta, lo avevano in odio in quanto portoghese. In Sudamerica, poco prima di arrivare allo stretto che ora porta il suo nome, una nave affondò, l’altra tornò verso la Spagna, tradendo la missione.
 
Pigafetta fu tra i 18 uomini che riuscirono a completare l’impresa. Il suo resoconto, Primo viaggio intorno al globo terracqueo. Ossia ragguaglio della navigazione alle Indie per la via d’occidente, è una successione di eventi e descrizioni, quasi un romanzo, denso di dettagli sulle nuove scoperte, a volte concitato e drammatico, su una conquista fatta di esaltazione, disavventure e incontri “strani” con indigeni delle terre lontane.

Patagonia, gli uomini dai grandi piedi

Come la Patagonia, che Magellano battezzò così per via dei “grandi piedi” dei suoi abitanti, dei “giganti, tutti dipinti”. Con loro scambiarono specchi e perline, ami e corde per avere cibo e rifornirsi. Qualcuno fu imbarcato e morì, assieme a tanti marinai, durante la traversata del Pacifico. Trovarono lo stretto nell’ottobre del 1520 e vi si avventurarono, quella a sud del passaggio diventò la Terra del fuoco, per via delle fiamme accese sulla costa. Mentre il capitano Esteban Gomes (“che tanto odiava il Capitano generale”) decise di non condividere il loro destino e invertì la rotta.
 
Pigafetta invece aveva in gran considerazione Magellano, tanto da diventare suo attendente. Racconta della scomparsa dal cielo della polare, delle nuove stelle nell’emisfero Sud. E di quei “due gruppi di piccole stelle a foggia di due nebbiette alquanto fioche”. Ora sappiamo che sono due piccole galassie, le più vicine, due satelliti della Via Lattea: la Grande e la Piccola Nube di Magellano.


Magellano e il viaggio più folle: 500 anni fa il primo giro del mondo. E la fine del terrapiattismo

Un’immagine della nave-replica della Victoria di Magellano, in partenza da Siviglia

Il Pacifico, i topi e lo scorbuto
Racconta dei mesi più difficili, la traversata del Pacifico, “perché in tutto quel tempo non ebbimo nessuna borrasca”. Più di cento giorni senza incontrare terra, solo due isole “Sfortunate”, vi trovarono solo uccelli e alberi e nessuna sorgente d’acqua dolce. Ridotti a mangiare biscotto diventato “polvere verminosa”, “fetente per l’orina de’ sorci”, costretti a nutrirsi “anche di certi cuoi”, dopo averli ammorbiditi nell’acqua di mare e cotti sulla brace. E poi “segature di tavole” e persino gli stessi sorci “erano divenuti un cibo sì ricercato, che pagavansi mezzo ducato l’uno”. Lo scorbuto fece crescere le gengive ad alcuni marinai “fino a coprir loro i denti tanto sopra che sotto; onde non potean in alcun modo mangiare, e di quella malattia perirono diciannove uomini, fra i quali il gigante Patagone”. Imbarcato nella traversata che gli costò la vita, prima di morire, racconta Pigafetta, abbracciò e baciò la croce. Allora lo battezzarono prima che spirasse, dandogli il nome di Paolo.
 
Raggiunsero le isole a sud est della Cina, Guam, e poi le Filippine, arcipelago in cui trovarono indigeni “buoni”, “molto allegri e contenti” disposti a commerciare. Ancora specchi e perline in cambio di vettovaglie. Di tutti, Pigafetta descrive gli usi, il modo di nutrirsi e la nudità, spesso totale, o con qualcosa per nascondere le “parti vergognose”.

La morte del navigatore

Gli indigeni furono felici di convertirsi, compreso il re e la regina dell’isola di Cebu. Non tutti però. Uno dei capi, Lapu-Lapu, si oppose e Magellano, per dimostrare la potenza spagnola, si offrì di sottometterli con la forza. Fu così che nel mare delle Filippine, nell’acqua bassa al ginocchio di fronte alla spiaggia dell’isola di Mactan, fu colpito, sopraffatto e massacrato “fin che lo specchio, il lume, el conforto e la vera guida nostra ammazzarono”. In quella che fu non più che una scaramuccia, dopo aver solcato i mari e aver superato le tempeste di tutto il globo. Deceduto per aver provato a imporre con la forza un credo religioso dopo aver conosciuto, stretto amicizia, commerciato con quasi tutte le genti che aveva incontrato. Era il 27 aprile 1521. Il suo corpo non fu restituito e forse mai sepolto. In quel luogo, sull’isola di Mactan, ora ci sono due monumenti, un piccolo arco e un obelisco in onore del caduto e una statua di bronzo alta quattro metri, armata di scimitarra a ricordare il leader che lo sconfisse.
 
La spedizione continuò senza di lui. Delle tre navi rimaste, una (la Conception) fu affondata. La Trinidad e la Victoria proseguirono fino alle Molucche, al comando di Juan Sebastián Elcano, dove acquistarono le preziose spezie. Elcano continuò verso ovest sulla Victoria. La Trinidad scelse invece di far vela verso il Pacifico e terminò presto la sua traversata, per mano dei portoghesi


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Mappa storica che ricostruisce l’impresa

Il rientro dei supersiti

Elcano assieme a Pigafetta e agli altri 16 superstiti degli equipaggi ai comandi di Magellano, rientrarono con la Victoria (ridotta a navigare con vele di fortuna mentre imbarcava acqua) a Sanlúcar de Barrameda il 6 settembre 1522, due anni, 11 mesi e 17 giorni dopo essere salpata nell’Atlantico, ma oltre 3 anni dall’inizio vero e proprio del viaggio. La data sul diario di bordo segnava però 5 settembre, si accorsero poi di aver perso un giorno viaggiando verso ovest.
 
Magellano non riuscì a compiere l’intera cirvumnavigazione del globo. Ma la sua impresa rimane: “È ancora un’ispirazione 500 anni dopo – è la riflessione di Fabien Cousteau, nipote di Jacques, il celebre oceanografo – era un pioniere nel tempo in cui gli esploratori partivano verso l’ignoto e spesso non tornavano”. Cousteau, assieme allo scienziato della Nasa Alan Stern, ha ricordato la figura di Magellano a Lisbona, in un convegno: “Quando il primo uomo ha circumnavigato il pianeta, è come se per la prima volta lo avesse abbracciato. Secondo me ha trasformato l’umanità. Lo chiamo ‘il primo evento planetario’ – ha sottolineato il capo della missione New Horizons, la prima a sorvolare Plutone e Ultima Thule, verso i confini del Sistema solare – allo stesso modo quello di Yuri Gagarin fu il primo evento extra planetario”. Un filo unico unisce questi “grandi balzi” dell’umanità. Da Eratostene a Magellano, da Copernico e Galileo all’Apollo 11, l’immaginazione e il calcolo prendevano corpo nell’esplorazione. Nessuno lo aveva mai sperimentato, nessuno c’era mai stato.
 
Nonostante che l’Accademia reale spagnola abbia ribadito che la cirumnavigazione del globo è stata “un’impresa tutta spagnola”, Spagna e Portogallo hanno concordato di commemorare insieme il cinquecentenario: “Magellano ha segnato una rivoluzione concettuale – ha commentato Jose Manuel Marques, capo delle celebrazioni portoghesi – ci ha dato per la prima volta una visione completa del mondo, che ci ha mostrato che c’è un solo oceano e che il mare è un legame tra le persone”.

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Carlo Verdelli
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