Seul chiama Unesco: “Togliete quel sito giapponese dal World Heritage, nasconde la segregazione dei coreani”



No a quei siti Unesco giapponesi, sono un inno alla prigionia e alla segregazione. La Corea sta per chiedere ufficialmente all’agenzia delle Nazioni Unite di rimuovere dalla lista del Patrimonio dell’umanità uno dei siti nipponici introdotti di recente.

Sotto accusa uno dei ventitré siti World Heritage attualmente ascritti per il Paese del Sol Levante: i “Siti della rivoluzione industriale ‘Meiji’: acciaio, cantieristica navale e miniere di carbone”. Inserito nella lista nel 2015 – quintultima iscrizione al Patrimonio per il Giappone – il sito raggruppa ventitrè diverse testimonianze della Rivoluzione industriale ottocentesca – risalenti ai periodi Bakumatsu e, appunto, Meiji – ubicati in diverse parti dell’arcipelago, ma concentrate perlopiù nel Sud-Ovest, tra Nagasaki, Hagi, Saga e Miike.

Il motivo delle proteste del vicino asiatico è presto detto. Durante la dominazione giapponese, ne Novecento, ma in particolare nel corso della Seconda guerra mondiale, migliaia di coreani vennero deportati e costretti a lavorare in quei siti. Un fatto questo, che Tokuo non esplicita nella promozione di questo suo “patrimonio” e tantomeno nelle mostre a tema, fornendo un’immagine distorta di questo suo pezzo di storia.

Nei giorni in cui le statue degli schiavisti o comunque di quei grandi personaggi del passato la cui vicenda umana e politica appare oggi macchiata dal pregiudizio razziale vengono rimosse, la controversia segue i canali della politica. In una nota diffusa dal deputato Jeon Yong Gi, del partito democratico attualmente al governo a Seul, si legge che “il ministero della cultura, dello sport e del turismo sudcoreano invierà una lettera all’agenzia delle Nazioni unite entro la fine del mese”. Il parlamentare spiega che in particolare “la Corea del Sud sostiene che i materiali di presentazione ai siti contengano contenuti sull’isola di Hashima, nel sud-ovest del Giappone, che contraddicono direttamente l’impegno del Giappone a dimostrare che un gran numero di coreani furono deportati contro la loro volontà e costretti a lavorare in condizioni estreme”.

Al momento, la replica nipponica è stata affidata al massimo portavoce del governo, Yoshihide Duga. L’alto dirigente ha spiegato che “finora tokyo non ha ricevuto notifiche dalla Corea del Sud, ma il governo continuerà a trattare la questione in modo appropriato. Abbiamo sempre preso sul serio le raccomandazioni del comitato del patrimonio mondiale e rispettato i nostri impegni”.

La miniera di carbone dell’isola di Hashima, nella prefettura di Nagasaki è nota come “battleship island” per la sua caratteristica forma, che fa pensare a una portaerei. Nella primavera scorsa, dopo innumerevoli ritardi, dovuti non ultima alla crisi pandemica, Tokyo ha aperto il visitor center del sito, che racchiude un piccolo museo, che racconta la storia dell’ex miniera. La mostra permanente non nasconde la presenza di lavoratori coreani, ma affida a loro discendenti che oggi vivono in Giappone una narrazione secondo la quale gli operai non venissero trattati in modo discriminatorio”. 

Da qui le proteste di Seul, che a detta dei suoi rappresentanti governativi aveva ricevuto da Tokyo la garanzia che quel sito sarebbe diventato l’occasione per celebrare la memoria di quei lavoratori coreani.

Negli ultimi anni, non poche tra iscrizioni, cancellazioni e inserimenti nell’elenco dei siti in pericolo operati dall’Unesco hanno scatenato polemiche. Eclatanti quelle relative dell’inserimento di Betlemme con procedura d’urgenza, nel 2013, a favore della Palestina, e alla cancellazione di Dresda.



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