Valle d’Aosta, crollo delle prenotazioni neve. “Senza una stagione invernale non sopravviviamo”



Il 70% degli albergatori valdostani ha dichiarato un andamento negativo o molto negativo per quanto riguarda le prenotazioni per la prossima stagione invernale, il 17,6% in linea con lo scorso anno e solo il 6,7% ha registrato un andamento positivo. Il 77,7% dei turisti che hanno prenotato un soggiorno sono italiani.

CIò emerge da un’indagine sulla situazione delle strutture ricettive successiva al nuovo lockdown che è stata condotta dall’Associazione valdostana degli albergatori. Tra le oltre 800 strutture ricettive associate è stato coinvolto un campione rappresentativo composto da 330 attività. Per quanto riguarda l’apertura delle strutture il 40% ha cambiato i programmi: di questi un 20% ha deciso di posticipare l’apertura dal Ponte dell’Immacolata a Natale.

“Un altro dato particolarmente significativo – commenta il presidente Adava, Filippo Gérard – sono i risultati sulla propensione all’assunzione di personale per la prossima stagione con quasi la metà degli intervistati che ha dichiarato di voler assumere meno collaboratori. Tale tendenza conferma che quello delle assunzioni senza certezza di poter lavorare è uno dei maggiori timori per gli imprenditori del nostro settore, ma anche che gli incentivi messi in campo quest’estate e volti a sostenere le assunzioni hanno sicuramente rappresentato uno strumento utile a compensare tali timori”.

“Ci auguriamo che i turisti possano arrivare almeno per le festività natalizie. Se però ciò non sarà possibile chiediamo sin da subito che l’amministrazione regionale metta in campo un piano straordinario destinato ad un settore che, senza un adeguato sostegno, non riuscirà a sopravvivere senza una stagione invernale” conclude Gérard.



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Dalla Normandia a Norimberga, dalla Sicilia a Danzica. A 75 anni dalla WW2, nasce il cammino della Memoria


Dalle spiagge della Normandia a Norimberga, da Berlino a Danzica. È un sentiero della memoria la Liberation Route Europe, un lunghissimo itinerario internazionale, che segue la strada della liberazione, lanciato ora, nel 2020, in occasione delle celebrazioni per i 75 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

In questo itinerario dal ritmo slow, pieno di storia e sentimento, creato per celebrare la pace tra i popoli, si rivive la storia della Seconda Guerra Mondiale, toccando, tappa dopo tappa, l’avanzata degli Alleati. Eletto “Cultural Route of the Council of Europe”, è nato da una staffetta di associazioni storiche e culturali europee, che fa capo alla Fondazione Liberation Route Europe: “il viaggio attraversa i confini nazionali che hanno diviso il nostro continente per troppo tempo”, si legge sul sito, “collega la storia passata con la vita nell’Europa moderna, sottolineando il ruolo della riconciliazione internazionale e la promozione della riflessione sul valore delle nostre libertà conquistate con grande fatica”.

È un progetto ampio e complesso, ancora in stato di sviluppo: per ora il tracciato è percorribile in treno o seguendo i diversi sentieri ciclo-pedonali già esistenti, che verranno collegati in un unico, lungo, articolato percorso. Con un totale di 3500 chilometri – un vero record – la strada della memoria legherà in un solo incredibile sentiero i vari cammini legati a siti bellici. La via sarà strutturata e ben organizzata grazie alla segnaletica ideata dall’architetto Daniel Libeskind, che ha disegnato una serie di installazioni chiamate Vectors of Memory, che spiegano il tracciato e diffondono la storia. Per avere la Liberation Route per intero bisogna aspettare la primavera, quando secondo i piani (pandemia permettendo) dovrebbe essere completata almeno gran parte.

Norimberga 

Lungo il percorso si possono visitare diversi musei, luoghi della memoria, monumenti e cimiteri di guerra, ascoltare racconti dei veterani che hanno vissuto la guerra mediante un’app o presso i cosiddetti ‘luoghi di ascolto’.

La prima tappa, ça va sans dire, è la Normandia, vicino alle spiagge dello sbarco degli Alleati. In Olanda, si fa uno stop significativo a Nijmegen, dove si è tenuta una delle più importanti battaglie del fronte, quella del ponte simbolo dell’Operazione Market Garden. La traversata del ponte che conduce ad Arnhem dura una decina di minuti, poi si procede per visitare i dintorni della cittadina, un’altra sosta irrinunciabile di questo lungo itinerario, seguendo il passaggio degli Alleati.

La Germania offre il capitolo successivo, un capitolo importante, con sosta a Norimberga, completamente riscostruita dopo la grande guerra. Qui c’è un Documentation Center, che spiega la nascita e la diffusione del Nazismo. Interessante anche l’Art Bunker, dove i nazisti nascosero opere d’arte preziose e rarità trafugate nelle case e nei musei, come le insegne regali degli Imperatori del Sacro Romano Impero, o l’altare gotico di Veit Stoss, rubato nella cattedrale polacca di Santa Maria Maggiore a Cracovia.

Normandia 

Tra le tante tappe di questo importante progetto ci sarà anche l’Italia. Paolo Bongini, tra i fondatori della Via Francigena, è il curatore della sezione italiana del progetto, pensata per promuovere anche nel nostro Paese i luoghi della memoria e lo storytelling dei veterani, per spiegare World War II da punti di vista inediti.

La Liberation Route è un itinerario commemorativo lungo le regioni in cui è avvenuta la Liberazione dell’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista. In Sicilia, dove gli Alleati sono sbarcati nel 1943, si visita il Museo Storico dello Sbarco e i cimiteri di guerra di Catania. Proseguendo si toccano Anzio e Salerno, per poi proseguire per Ortona, sede del Museo della battaglia, e Casoli, con il castello dove scoprire la storia di Wingforce. Raggiunta l’Abbazia di Montecassino, si percorre parte della linea di Gustav, linea difensiva tedesca sul fronte dell’Italia. L’itinerario prosegue per Roma, dove vale la pena una visita al Museo Storico della Liberazione. Ma le tappe sono tante.

Quando sarà completato, con i marcatori di percorso di Libeskind e le numerose vie ciclo-pedonali già esistenti ben collegate tra loro, i 3500 chilometri della Liberation Route arricchiranno l’Europa della sua memoria storica. E legheranno i paesi tra loro in nome della libertà.



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Quegli 80mila km di sentieri scomparsi dalle mappe digitali tra Inghilterra e Galles: così un esercito di volontari li ha ritrovati


Quasi 80mila chilometri di percorsi e sentieri sostanzialmente spariti dalle mappe più recenti dell’Inghilterra e del Galles. Li ha ritrovati un’associazione britannica, The Ramblers, mesi fa ha lanciato un appassionato appello ai cittadini: “Don’t Lose Your Way”, aiutateci – grazie a uno strumento digitale di mappatura a disposizione dei partecipanti omonimo – a ritrovare i tracciati perduti negli ultimi 120 anni. Il punto di partenza e di confronto, infatti, sono due mappe storiche delle due nazioni britanniche risalenti appunto all’inizio del secolo scorso.
 
Il risultato è stato infatti entusiasmante: 49mila miglia sono risorte dalla memoria e dall’oblio, cinque volte in più delle stime calcolate all’inizio dell’impresa. Ma la sfida non è ancora vinta: c’è una serie di passaggi prima di poterne proporre la riapertura e la sistemazione oltre che la fruizione generale. Questo perché il governo britannico ha stabilito nel 2000, con la legge battezzata “Countryside and Rights of Way Act”, una deadline improrogabile (anche se non in Galles, dove pure si procede come se la scadenza fosse la medesima): entro il primo gennaio 2026 tutti percorsi e i sentieri storici, compresi quelli ripescati dall’invasione della natura o dimenticati dalle mappe, dovranno essere registrati per poter essere inclusi nelle mappe ufficiali del paese. Sembra molto tempo ma la mole di lavoro è immensa, anche perché nel frattempo spuntano altri chilometri di “trail”, e la gara è dunque quella di preparare i percorsi all’approvazione.
 

Bisogna per esempio dare priorità ai tratti che portino i maggiori benefici alle persone, isolando con precisione i singoli percorsi che possano concretamente essere salvati – l’urbanizzazione prorompente ne ha ovviamente interrotti e spezzettati migliaia di chilometri – e dunque preparare le candidature anche su evidenze storiche legate a uno specifico sentiero. Il problema è che stiamo appunto parlando di decine di migliaia di chilometri, quasi sette volte il diametro della Terra, da mappare, catalogare, valutare, di cui ricostruire gli usi antichi e la storia, le radici antropologiche e il valore per il tessuto locale di singole contee o territori. Oltre a doverne dipanare le problematiche giuridiche e burocratiche sui diritti di passaggio e sulla proprietà. Finché i sentieri non saranno ufficialmente inseriti nelle mappe, infatti, è impossibile chiarirne a pieno la possibilità di transitarvi e utilizzarli.
 
Per questo The Ramblers sta lavorando sia con i volontari che con altre organizzazioni partner per sviluppare le risorse necessarie che consentano alle migliaia di attivisti in tutto il paese di occuparsene in modo rapido ma preciso. Dopo il primo gennaio 2026, quei sentieri andrebbero infatti persi senza poter mai più reclamare un proprio posto sulle mappe ufficiali. Fra l’altro, se tutti i percorsi tracciati e recuperati fossero riaperti, sistemati e inseriti nelle cartografie ufficiali di Stato darebbero una spinta incredibile al network di sentieri in Inghilterra e Galles, secondo alcuni almeno di un terzo. Aprendo ulteriori opportunità sportive, turistiche e ricreative.
 

“L’incredibile risposta che abbiamo ricevuto dalle persone, che ci hanno aiutato a cercare i diritti di passaggio mancanti, dimostra quale posto importante occupi la nostra rete di percorsi nel cuore di tanti di noi” ha spiegato Jack Cornish, program manager del progetto. “Riportando i percorsi più utili fra quelli rinvenuti sulle mappe, non salveremo solo un pezzo della nostra storia ma rafforzeremo la rete esistente, creando nuovi e migliori cammini e consentendo a più persone di praticare attività all’aperto”.
 
L’operazione di crowdsourcing, a cui si è anche unita una campagna di crowdfunding per raccogliere 49mila sterline da destinare a tutte le attività viste prima, ha messo una toppa a una lacuna vecchia di almeno settant’anni. Il National Parks and Access to the Countryside Act del 1949, la legge che aprì la strada all’istituzione dei parchi nazionali e dei percorsi nazionali in Gran Bretagna, impose a tutte le amministrazioni locali in Inghilterra e Galles di gestire un registro pubblico dei diritti di passaggio, insomma, una mappa di tutti i sentieri e i percorsi liberi. Un processo che non funzionò a dovere, spesso per errori e omissioni, e che ha portato oggi a resuscitare 49mila miglia. Anche se molte altre rimangono da riportare alla luce.



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Parigi, 20 milioni in regalo per fare spazio a collezione avuta in dono: il Museo d’Orsay cresce grazie a tre mecenati Usa


Parigi. Il Museo di Orsay si espande. Merito di una doppia donazione proveniente dagli States. Meglio ancora, della sinergia tra l’offerta in denaro, arrivata di recente, grazie alla quale sarà finalmente possibile offrire al pubblico i beni artistici, ricevuti da altri amanti dell’arte e della cultura, quattro anni prima

Qualche giorno fa, il museo che l’anno scorso ha ricevuto la cifra record di 3,6 milioni di visitatori, ha presentato il progetto, reso possibile da un assegno pervenuto da un benefattore che ha preferito rimanere dietro le quinte e ha scelto come tramite l’associazione degli American Friends of the Museum d’Orsay. Quattro anni prima, invece, l’iconico luogo di cultura ricavato da una stazione dismessa ricevette la più vasta e importante collezione d’arte donata in Francia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta della collezione dei coniugi Marlene e Spencer Hays.

(agf)

Un patrimonio di oltre seicento opere di pregio, prodotte tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo da grandi maestri tra i quali Pierre Bonnard, Édouard Vuillard, Amedeo Modigliani e Henri Matisse. Queste opere, finalmente, potranno essere visibili dal pubblico, anche se non subito: l’ampliamento sarà terminato nel 2026.

Il progetto Grand Ouvert va però oltre. L’idea è infatti non solo quella di aumentare gli spazi a disposizione oggi per ammirare la parte storica della collezione, quella già esposta, ma anche di implementare la fruizione dell’arte nel complesso, con particolare attenzione alle famiglie

“L’intento è quello di andare oltre la modalità di esposizione delle opere. Vogliamo anche riuscire ad adempiere a quella che è la missione di un museo nella maniera più moderna e completa”, ha spiegato Laurence des Cars, che presiede Orsay e il confratello Museo dell’Orangerie (dove si ammirano le celeberrime Ninfee di Monet).

A lavori ultimati, l’intera ex stazione sarà adibita ad uso pubblico, grazie alla conversione delle aree, un tempo sede dell’albergo interno alla Gare, oggi sede di uffici amministrativi. Circa 1.200 i metri quadri di spazio che verranno recuperati. Circa la metà, consta dell’intero quarto piano, che, sulla scia di quanto già accaduto in altre istituzioni americane ed europee, sarà riconvertito in uno spazio da dedicare a educazione e formazione, per bambini, gruppi scolastici e famiglie. Ci sarà poi un centro di ricerca internazionale, a integrazione dell’archivio e della libreria già esistenti. Il progetto porta la firma di Agathe Boucleinville, direttrice del dipartimento di architettura del museo e sarà articolato in due fasi.

“Orsay Wide Open ci permetterà di raggiungere uno dei nostri obiettivi primi: quello di offrire ai visitatori un’esperienza confortevole in gallerie spaziose e risorse educazionali che possano arricchire e facilitare la comprensione della nostra collezione ma anche della storia dell’arte e della cultura”, dice ancora des Cars.



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“Italia, mi manchi”. Dal Fai una guida virtuale per scoprirla (o rivederla) da casa


Dici primavera e ti vengono in mente le giornate del Fai. Quei momenti magici, dedicati alla riscoperta delle meraviglie di italia, magari un tuffo nei luoghi da salvare, oppure in quelli solitamente chiusi e aperti come scrigni, seguiti da un mare di scatti per immortalarli. 

A causa della pandemia in corso però,  come per tutte le altre attività, quest’anno purtroppo le classiche giornate di primavera del Fai, Fondo Ambiente Italiano, non si terranno. Ma nulla ci impedisce di andare comunque alla scoperta di luoghi, tradizioni, storie, ricette o maestosi edifici italiani, attraverso un giro virtuale, un tour fatto di video e foto che ci porta direttamente dentro di fronte ad angoli di cultura italiana tutti da scoprire ed esplorare. 

Sul sito del Fai e sui canali social della fondazione è nato infatti il progetto #ItaliaMiManchi che permette a chiunque, facilmente, di farsi una passeggiata virtuale per giardini, oppure scoprire strani oggetti che ci raccontano storie lontane. Cosa c’entra per esempio la mandibola di un cavallo con il Monastero di Torba? Oppure una chiglia arrugginita con l’abbazia di San Fruttuoso in Liguria? Con un giro virtuale, potete scoprirlo. 
 
Per esaudire “la voglia di Italia degli Italiani” il Fai ha  suddiviso i tour possibili in diverse rubriche, come “Piccoli oggetti, grandi storie”, “La prima volta a…”, “Ricette d’autore”, “Viaggio Letterario nei Beni del FAI”, oppure “Racconti in giardino”, “Un giro a…” o altri.

In questi spazi si può trovare per esempio la storia del ritrovamento di un prezioso stampo eucaristico all’Abbazia di Santa Maria di Cerrate a Lecce, oppure lasciarsi incuriosire dal ricettario del pittore Guido Peyron o conoscere le bellezze del Giardino della Kolymbethra nella Valle dei Templi di Agrigento grazie agli aneddoti raccontati da Giuseppe Lopilato o ancora fare piccoli tour virtuali a Villa e Collezione Panza a Varese e a Villa Necchi Campiglio a Milano e molto altro ancora.

In più, viaggiando virtualmente attraverso i tesori del Belpaese,  si può anche interagire via social seguendo l’hashtag #ItaliaMiManchi, magari segnalando altre storie preziose da non perdere. 

“In questi giorni così difficili e delicati c’è un sentimento che ci lega, e mai come ora ci sentiamo tutti italiani, vicini nonostante le distanze che in questa emergenza ci separano. E mentre nelle nostre case attendiamo e speriamo, ribadiamo forte il nostro grazie a tutti coloro che con infaticabile coraggio e inesauribile generosità si stanno prendendo cura dell’Italia: al personale sanitario, alla protezione civile, alle istituzioni statali e regionali e a chi lavora per garantire i servizi di prima necessità” si legge nel sito del Fai, poco prima dell introduzione alle rubriche di #ItaliaMiManchi, dove tuffarsi, grazie alle immagini, in quell’Italia che da oltre un mese possiamo soltanto sognare da lontano.



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Scoprire la città e la sua natura. Tra Siena, Torino e Catania il trekking urbano quest’anno è ancora più green


“Forse ricordi quanto io ti dissi per l’anno ventinove: gli occhi fissi noi dobbiamo tener su la Natura e sui prodotti suoi. Questa è la vera cura per vivere felici lunghi anni, lontani dai rumori e dagli affanni” Così si legge nell’Almanacco Barbanera del 1931. Ecologista, ambientalista in tempi non sospetti, trova il suo spazio anche in questi tempi, dove la parola d’ordine è sostenibilità. Ed è nel segno della sostenibilità, del turismo lento e degli occhi fissi sulla natura anche la XVII Giornata Nazionale del Trekking Urbano che torna sabato 31 ottobre (con appendice il 1 novembre). Numerosi gli itinerari – molti gratuiti ma tutti con prenotazione obbligatoria – all’interno delle mura cittadine italiane che conducono alla scoperta degli angoli più nascosti e meno noti ispirati al tema “Come è green la mia città”. Da Torino a Catania, passando da Siena e Pisa, Bologna, Terracina, Rieti, Tempio Pausania, sono sessantotto le città protagoniste da vivere a piedi, con calma, restando naturalmente sempre distanziati, riscoprendo e recuperando patrimoni di grande valore. Ecco qualche itinerario, ma tutti sono consultabili sul sito.
 
A Torino due i percorsi da scegliere. Uno lungo tre chilometri all’interno del grande Parco del Valentino, il polmone verde dei torinesi con piste ciclabili, sentieri e giardini, per scoprire la storia e la ricca vegetazione, con una flora molto diversificata fatta di platani monumentali e grandi piante “esotiche”. L’altro, un po’ più lungo (4,5 chilometri), tra fiume e colline. Si parte da piazza Vittorio Veneto, una delle piazze cittadine più grandi, si attraversa il ponte Vittorio Emanuele I per salire sulla collina fino a raggiungere i giardini di Villa della Regina, dimora reale fino all’800. A seguire si sale al Monte dei Cappuccini a 325 metri da cui si gode del più bel panorama sulla città. Dopodiché si scende verso corso Moncalieri e si percorre il lungo Po sul sentiero che costeggia il fiume.
 
La città di Rovigo è un gioiello dell’arte e della cultura che non è cambiata poi tanto dai tempi del Settecento, epoca della sua grande fioritura. Ci si perde in un labirinto di vicoli e stradine, tra palazzi, chiese e edifici che conservano ancora lo splendore antico. Si rimane colpiti dai numerosi scorci nascosti che la caratterizzano. Basta spingersi poi oltre l’antico tracciato delle mura medievali per incontrare giardini e parchi che custodiscono la storia e le memorie dei suoi illustri cittadini. Il percorso si snoda ad anello dall’ampio parco Langer, per raggiungere – lungo le rive alberate del canale Ceresolo – l’area verde dedicata allo scrittore Antonio Cibotto, uno dei più grandi intellettuali del ‘900. Di qui, si raggiunge il cuore più antico della città passando per lo stadio Battaglini “tempio del Rugby”. A seguire, il parco Maddalena incorniciato da piante secolari.
 
Capofila è la città di Siena – dove tutto è nato nel 2003 – che nel corso della sua storia ha sempre dedicato particolare attenzione all’ambiente e al rispetto del proprio tessuto urbano e che per questa nuova edizione conduce gli appassionati camminatori lungo la Valle di Follonica, dove si respirano i profumi della natura a due passi dalle vie principali; ancora Fonte Nuova d’Ovile, storico bacino idrico utilizzato non solo per lavare ma anche per l’abbeveraggio, i lavatoi di Fontebranda, in cui si possono immaginare le donne curve sui fontini tra lo scorrere dell’acqua e le chiacchiere di passatempo. Il percorso si conclude nel Cortile del Podestà, dove ai partecipanti verrà consegnata una borraccia ecosostenibile in cambio di una bottiglia di plastica, come simbolo della salvaguardia ambientale.
 


Scoprire la città e la sua natura. Tra Siena, Torino e Catania il trekking urbano quest'anno è ancora più green

Siena

La new entry di quest’anno è Pisa “oltre la torre”. Tre percorsi e un’idea di turismo lento che permette di entrare in contatto con l’essenza profonda della città e delle persone che la abitano. Si va alla ricerca delle fontane medicee, disseminate nel centro storico, il risultato di un ambizioso programma di rinnovamento urbanistico ed edilizio già intrapreso da Cosimo I. Oppure lungo le mura che rappresentano un unicum nel panorama delle “città murate” medievali, sia per la loro estensione che per le loro caratteristiche architettoniche. Il cammino ripercorre cronologicamente le complesse fasi della loro edificazione. E ancora un tour che porta dalla cittadella vecchia a quella nuova, lungo l’Arno, asse di sviluppo urbano, specchio su cui si riflettono monumenti storici e palazzi e quindi l’opportunità di raccontare le numerose vicende storiche attraverso la rievocazione di quei personaggi che hanno reso illustre la cittadina toscana.
 
Bologna, rossa per i suoi mattoni, fu verdissima fino a pochi decenni fa. Ricca di orti, alberature, fioriture straordinarie. Il verde c’è ancora, vagolando per la città si scoprono alcuni “tesori”, con la loro storia e i segreti. Ben tre i percorsi selezionati, tra cui quello fra giardini e ville dagli Etruschi (testimonianze al parco di Villa Cassarini) all’età moderna.
 
L’itinerario di Salsomaggiore Terme omaggia la storia del suo Mare Antico, delle rotte dei cavalieri del sale a protezione del prezioso “Oro Bianco”. Il punto di partenza sono le Terme Terme intitolate al medico Lorenzo Berzieri, scopritore dei poteri curativi delle preziose acque termali. Già la facciata colpisce per la sua architettura: teste leonine (opera dello scultore Francesco Aloisi) ornano a coppie la fascia della tettoia sopra l’ingresso; gentili fanciulle abbelliscono i lati inferiori delle finestre laterali; due chimere in grès azzurro fiancheggiano la scritta “Thermae”. All’interno, nell’atrio decorato da Giuseppe Moroni, è un continuo gioco di luci che filtrano attraverso i vetri colorati e brillano sui pavimenti a mosaico. Gli affreschi declinano il tema della vitalità dell’acqua con innumerevoli stilemi decorativi. Si prosegue, poi, sulla via dedicata a Franchina Ceriati, prima paziente curata dal Dottor Berzieri, e circondati dalle mille sfumature di verde della vegetazione, ci si dirige verso la frazione di Salsominore, custode dei resti di una delle Antiche Saline: i Portici del Sale. E più avanti ancora su un tratto immerso nella natura costeggiando il Rio Gardello, per arrivare al Podere Millepioppi, sede del nuovo Museo Mare Antico e Biodiversità. Tutto per sette chilometri e una difficoltà media.
 


Scoprire la città e la sua natura. Tra Siena, Torino e Catania il trekking urbano quest'anno è ancora più green

Tempio Pausania (SS)

Spostandosi al centro, tra le città aderenti si trova Rieti, “l’ombelico dell’Italia”. Fu Marco Terenzio Varrone a definire la piana reatina come “a metà della penisola”. Nella piazza San Rufo, una targa in venti lingue, lo ricorda. Qui è visibile anche un tratto della prima cinta muraria della città romana. Poco distante scorre il fiume Velino, dalle acque limpidissime, ossigenate, dove garzette e germani reali fluttano tra la veloce corrente. Il WWF ha realizzato sulle sue sponde un sentiero escursionistico, l’ideale per ammirare la ricca vegetazione e i resti, ben conservati, del ponte romano. Alle sue spalle l’imponente montagna del Terminillo. Si parte da Piazza Cavour, nei pressi del Monumento alla Lira, un’opera realizzata fondendo 2.200.000 monete da 200 lire. 
 
Anche Catania, un tempo, era circondata da lussureggianti giardini e fertili orti, irrigati dalle acque delle tante sorgenti che l’ingegno dell’uomo era riuscita ad indirizzare verso la città. Tutto ruota attorno al Giardino Bellini – da sempre “la Villa” fra barocco e liberty, giardino di delizie per il Principe Biscari, che qui poteva offrire ai suoi ospiti lo svago del suo sorprendente Labirinto, oggi luogo di passeggiate, di sport, di eventi.
 
Alla fine, qualsiasi sia la città scelta per provare questa forma dolce di attività sportiva – ripercorribile sempre in qualsiasi mese e momento della giornata -, la sensazione di aver vissuto un’esperienza quasi irreale vi accompagnerà a lungo. Lontano dai rumori e dagli affanni si conquista – come diceva Barbanera – davvero una sostenibile felicità.



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Turismo nell’era-Covid Alle Maldive il programma fedeltà è nazionale


Le Maldive, paradiso dell’Oceano Indiano amatissimo dai visitatori di tutto il mondo e in particolare dagli italiani, ha riaperto al turismo lo scorso 15 luglio. Seguendo linee guida molto precise insieme a un programma di certificazione per garantire gli standard di sicurezza e igiene delle strutture. Proprio in questi giorni stanno riaprendo le guesthouse sulle isole abitate mentre i resort e i liveaboard su quelle disabitate, considerati meno a rischio per il loro naturale isolamento, erano appunto operativi fin dalla metà di luglio. Per spingere il turismo maldiviano, che lo scorso anno ha fatto segnare il record di 1,7 milioni di arrivi, il governo ha lanciato un nuovo, singolare programma: “Maldives Border Miles”.
 
Un po’ come fanno le compagnie aeree, ferroviarie o le grandi catene alberghiere con i programmi fedeltà, adesso quella prospettiva viene ampliata a livello nazionale. Si tratta del primo programma mondiale in assoluto di fidelizzazione di questo tipo. Proprio come capita – in questi mesi molto di meno – con i vettori o le alleanze internazionali – più viaggi più guadagni punti, miglia o altri bonus – i livelli di fidelizzazione sono di tre tipi: Aida (livello bronzo), Antara (argento) e Abaarana (oro) e a ciascun livello corrisponderà una serie di premi, servizi o benefici man mano che i punti dei turisti aumentano. I nomi degi diversi status sono in lingua dhivehi, l’idioma locale parlato anche da 350mila persone in India.
 


Turismo nell'era-Covid Alle Maldive il programma fedeltà è nazionale

Basta iscriversi a “Maldives Border Miles” e guadagnarne – quando anche dall’Italia ci si potrà tornare – in base al numero di viaggi e alla durata del soggiorno. Ma se ne guadagneranno di extra nel caso delle visite celebrative, per esempio facendo segnare un ingresso nel paese in caso di occasioni speciali.
 
“Maldives Border Miles è un programma che contribuirà ad aumentare la popolarità delle Maldive come destinazione turistica e fornirà maggiori opportunità per azioni di marketing e pubblicità – ha spiegato il ministro del Turismo Abdulla Mausoom – inoltre ritengo che questa iniziativa rafforzerà ulteriormente la notorietà del turismo maldiviano acquisita nei mercati chiave”. D’altronde il paese insulare, che conta 350mila residenti, puntava fortissimo sul 2020: prima che la pandemia bloccasse il turismo internazionale, l’obiettivo era stato fissato a due milioni di visitatori. Si rimarrà ovviamente molto al di sotto anche dello scorso anno, vista la chiusura delle frontiere dal 27 marzo al 15 luglio e la ragnatela di regole che impediscono a gran parte dei viaggiatori di muoversi con serenità, oltre che per i divieti anche per lunghe quarantene a cui sottoporsi al rientro nei rispettivi paesi. Ma da quelle parti un po’ di movimento se ne comincia a rivedere.
 
Il programma fedeltà nazionale entrerà ufficialmente in vigore il primo dicembre. L’amministrazione si aspetta da questa iniziativa – sicuramente fra le più originali messe in campo nel mondo e che si unisce per esempio ai visti extralarge di alcune destinazioni caraibiche come Anguilla, Barbados o Aruba – un aumento notevole dei flussi turistici, vitali per un’industria del turismo la cui maggior parte delle entrate è in valuta estera. “La nostra sincera speranza è che questo programma aiuti ad aumentare la visibilità della destinazione producendo un impatto positivo sull’industria del turismo, oltre ad incrementare il tasso di arrivi turistici in futuro. Non vediamo l’ora di attuarlo con successo nei giorni a venire” ha spiegato Thoyyib Mohamed, Managing Director di Maldives Marketing and Public Relations Corporation.
 


Turismo nell'era-Covid Alle Maldive il programma fedeltà è nazionale

Ma cosa si sta facendo per la sicurezza? Per entrare nel paese (che ad oggi conta oltre 10mila casi di positivitàa Sars-Cov-2, ma solo un migliaio attivi, e 35 decessi) occorre esibire un test molecolare con risultato negativo effettuato non prima di 72 ore dallo sbarco all’aeroporto internazionale di Malé. Dall’Italia al momento i viaggi di piacere non sono consentiti, anche se la situazione sui paesi nei quali si può o non si può andare è costantemente monitorata e aggiornata dai diversi dispositivi dell’esecutivo. Su scala mondiale, senza ragioni stringenti ma appunto per turismo, al di fuori dei paesi dell’area Schenghen e di quelli extra-Schenghen per i quali esistono misure specifiche, dall’Italia si può infatti viaggiare senza necessità di motivazione solo da e per Georgia, Tunisia, Ruanda, Giappone, Repubblica di Corea, Thailandia, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Uruguay, salvo mettersi in isolamento fiduciario al rientro in Italia.
 
“Il programma Maldives Border Miles è un modo innovativo per attrarre viaggiatori globali alle Maldive – ha spiegato Gordon Andrew Stewart, Chief Executive Officer and Managing Director di Maldives Airports Company Limited -per sostenere un turismo sicuro ci stiamo concentrando sulla salute dei nostri passeggeri e del personale. Abbiamo adottato una serie di misure per assicurare che il Velana International Airport sia un aeroporto sicuro per tutti i nostri viaggiatori. Recentemente abbiamo ottenuto la certificazione ACI International Health Accreditation Association che riconosce i nostri sforzi nell’implementare misure volte a garantire salute e sicurezza per i passeggeri durante il loro viaggio”.



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Che rumore fanno le foreste del mondo? La mappa sonora collaborativa per chi non può viaggiare



Chiusi in casa per mesi, in molti casi abbiamo smarrito il contatto con la natura. Specialmente chi abita nelle grandi metropoli con pochi spazi verdi. L’estate ci ha aiutato a recuperarlo ma l’autunno e le misure restrittive per una nuova spallata della pandemia rischiano di allontanarci di nuovo dalla vita all’aria aperta, da quei boschi e quelle foreste che, pochi lo ricordano, ricoprono quasi il 40% della superficie italiana e sono parte della nostra cultura. Spazi verdi, tranquilli, isolati e remoti sono dunque tornati da mesi in cima alle nostre priorità per il tempo libero e per il cosiddetto turismo di prossimità, anche se fra desiderio e possibilità c’è una serie di passaggi non sempre pacifici, dall’allenamento all’attrezzatura fino all’organizzazione per vivere al meglio anche solo una giornata “outdoor”. Ma anche poterne semplicemente apprezzare i suoni, di quei boschi, sapendo che sono quelli originali raccolti da visitatori ed escursionisti come noi, abitanti di quei luoghi, può darci una mano a superare la fame di verde.
 
È ciò a cui un’organizzazione britannica, Wild Rumpus, ha pensato in collaborazione con la National Forest del Regno Unito: mettere in piedi una sorta di database di registrazioni di suoni naturali per restringere quella distanza fra le nostre vite in semi-isolamento e la natura. Si chiama Sounds of the Forest ed è un’affascinante mappa interattiva alla quale chiunque può contribuire, caricando la propria registrazione della “colonna sonora” di aree verdi e foreste vicine al posto in cui abita. A un primo sguardo, ce ne sono già moltissime: oltre 600 frammenti audio da una sessantina di paesi su sei continenti. Un paio anche in Italia: in una foresta vicino Gubbio e a Villa Salviati a Firenze.
 
Il progetto è nato per un festival musicale in programma lo scorso luglio, e annullato, il Timber Festival. Ma ha poi preso il largo, diventando una piattaforma autonoma e globale: “Quando abbiamo realizzato che quest’anno non saremmo stati in grado di incontrarci di persona a causa della pandemia abbiamo messo in piedi un progetto sensoriale che fosse democratico e aperto a più persone possibili, qualcosa che potesse creare connessioni emotive viscerali fra le persone e la natura” ha spiegato Sarah Bird, condirettrice di Wild Rumpus, a Lonely Planet. Secondo Bird oltre 30mila persone al giorno si collegano alla mappa per perdersi fra i suoni delle foreste mondiali, dal cuore della Loira alla scozzese Glenn Doll fino al rifugio faunistico Marguerite-D’Youville di Châteauguay, in Quebec, o alla yus Conservation Area di Papua New Guinea. Un autentico e ipnotico giro del mondo fra cinguettii, rumori di ogni genere, onde che si scontrano sugli scogli, sinfonie del sottobosco incise fra i rami dal vento.
 
C’è ovviamente anche un elemento in più legato a ricerca e conservazione. “La mappa serve anche come archivio degli ecosistemi, che sono trasformati in modo molto rapido dal cambiamento climatico – ha aggiunto una delle ideatrici – è ben chiaro che il tempo speso in mezzo alla natura può aiutare ad abbassare il battito cardiaco e aumentare il benessere complessivo. Se non possiamo trascorrere del tempo fra gli alberi, questo è almeno un aiuto”. Alla prossima edizione del festival, fra l’altro, gli artisti dovranno trarre ispirazione proprio da questo enorme archivio sfornato in crodwsourcing per realizzare i propri lavori: l’organizzazione ha per esempio chiesto ai musicisti Erland Cooper, Hinako Omori e Jason Singh di sfruttare la “soundmap” per accompagnare le loro performance del prossimo anno.
 
Chiunque, come si diceva, può contribuire ad arricchire il panorama sonoro della Sounds of the Forest e aggiungere un altro tassello. Le istruzioni sono semplici: andate nella foresta o nel bosco, ma anche nella villa o nel grande giardino, sulla costa o nel parco marino più vicino al luogo in cui abitate, e usate il telefono per realizzare una registrazione di un minuto usando l’app di registrazione inclusa nel sistema operativo o l’applicazione gratuita Voice Record Pro. Poi scattate una foto della scena di fronte, senza includere persone, e compilate il modulo elettronico disponibile a questo indirizzo al quale allegare il file audio in formato mp3, wav o m4a e l’immagine. Avrete così regalato al mondo in angoscia un pezzo di pace verde.



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Un castello antico giapponese. Per una notte da sogno


È il primo castello in legno del paese a diventare hotel. In Giappone, nella prefettura di Ehime, il magnifico maniero di Ozu, con un’opera di delicato restyling, è stato portato agli splendori originali e trasformato in un’eccezionale dimora oggi aperta per la prima volta al pubblico.

Si tratta di una straordinaria testimonianza storica, perché è uno dei pochi castelli a graticcio rimasti in tutto il Sol Levante. Risalente al Trecento, il Castello inizialmente era solo una rudimentale rocca affacciata sul fiume Hiji, utile per sorvegliare la zona da eventuali attacchi nemici. Bisognerà aspettare il 1617 per vederla trasformata in maniero, quando Kato Sadayasu scelse Ozu per la sua residenza reale, mantenendo il controllo del posto, assieme ai suoi Samurai, per ben quasi due secoli e tredici generazioni. Una volta abbandonato, nell’Ottocento, il castello essendo in legno iniziò a deteriorarsi. Dopo la demolizione della struttura originale del maniero nel 1888, la città ha deciso di ricostruire questo simbolo perduto utilizzando proprio il legno. Dello storico maniero per fortuna le yagura, cioè le torri, costruite nel tardo periodo Edo, dichiarate nel 1957 bene storico nazionale, sono rimaste più o meno intatte: all’interno sono state arricchite da cimeli storici, pezzi d’antiquariato e immagini d’epoca, che ripercorrono l’incredibile storia.


Un castello antico giapponese. Per una notte da sogno

Foto Shoko Takayasu-Kita Management & Seki Co. Ltd

Ricostruita nel 2004, sulla base dei documenti storici della costruzione originale del quattordicesimo secolo, la struttura offre un’esperienza indietro nel tempo grazie a un percorso espositivo fatto di fotografie e modelli in legno, che porta alla scoperta di come si svolgeva la vita all’interno. Nel museo è conservata la testimonianza testuale e fotografica dei lavori di restauro, mentre dal piano più alto si gode la bella vista sulle campagne fiorite (in primavera questa destinazione è famosa per lo spettacolo della fioritura dei ciliegi) e sulla cittadina di Ozu, soprannominata la “piccola Kyoto” di Iyo. Un tempo centro politico nell’era Edo (1603-1868), fiorì durante i periodi Meiji (1868-1912) e Taisho (1912-1926) grazie alla produzione e al commercio di cera e seta. Ma, come molte altre cittadine rurali, ha vissuto un triste declino, e dagli anni Cinquanta la popolazione è diminuita drasticamente, passando sai 79mila abitanti ai 42mila di oggi.

Grazie al Castello, ora la cittadina sta provando a rilanciarsi, attirando turisti e visitatori per fargli scoprire la magia del posto. Fortezze imponenti come questa erano tipicamente costruite in Giappone come sontuose case per signori, a simbolo del loro status. E ora gli ospiti avranno la possibilità di vivere sontuosamente come loro, provando un’esperienza esclusiva fuori dal comune, a partire dal costo: per soggiornare in questa struttura e vivere come signori, si spende a coppia circa 8 mila euro a notte. Il prezzo è proporzionalmente più conveniente (anche se il costo assoluto del pernotto sale) se dai due ospiti si sale al massimo consentito di 12, ma rimane comunque fuori dalla portata dei più. Il benvenuto agli ospiti viene fatto seguendo l’antico cerimoniale giapponese, come si usava all’epoca Edo, che proietta subito nelle atmosfere di un tempo e permette di entrare nello spirito del luogo. Musica, danze e sbandieratori mostrano le antiche arti di cui si godeva a corte, tra spettacoli di spade e concerti di flauti di conchiglie. Si può assistere alle dimostrazioni di fucili con otturatore a miccia, indossando antiche armature.


Un castello antico giapponese. Per una notte da sogno

Oltre ai pernottamenti, i visitatori all’arrivo sono incoraggiati a indossare i kimono tradizionali da signori o i costumi da guerrieri Samurai, per girare tra gli ambienti, le sale e i giardini della struttura. Tra le esperienze da non perdere, c’è sicuramente l’originale cerimonia del tè, un lungo e accurato rito immerso in un lussureggiante giardino: nel parco sorgono diverse case del tè, eleganti padiglioni affacciati su uno dei punti più panoramici del posto, lungo il fiume Hiji. C’è anche un bel santuario da visitare e un tempio. A completare l’esperienza, vale la pena anche godersi una passeggiata per le strade del centro storico di Ozu, visitando le antiche case dei samurai.

Ma trovare posto non è semplice. Vista la straordinarietà del soggiorno, sono solo trenta gli ospiti ammessi all’anno, mai più di sei per volta. Per assicurarsi il soggiorno, c’è chi si prenota anche un anno prima.



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Parigi, una fattoria metropolitana con vista Eiffel. Per scoprire la città dall’alto. E viverla lentamente


Quattordicimila metri quadrati di orti, frutteti, piante e fiori. Il tutto, sui tetti di Parigi. Si chiama Nature Urbaine la fattoria metropolitana più grande del mondo, che si trova nel XV Arrondissement, sui tetti dei padiglioni dell’area fieristica Expo Porte di Versailles.

Parliamo di uno spazio verde immenso, in grado di produrre ben mille chilogrammi di frutta e verdura al giorno, per rifornire sia le realtà commerciali locali che i cittadini. Non solo, come in tutti gli spazi ricchi di natura, in questa fattoria urbana si può andare anche a fare una gita per staccare la spina, per passeggiare, rilassarsi, ammirare i fiori profumati e la vista della Villa Lumiere dall’alto, fare un pic nic con la Torre Eiffel sullo sfondo.

L’idea alla base era dare vita a un posto che migliorasse la vita quotidiana dei francesi, dandogli un’ampia area fresca, silenziosa, lontana dal traffico, con il panorama sulla città e tanta aria pulita da respirare. Il progetto nasce infatti per regalare a cittadini e turisti più verde, con piante di ogni tipo, favorendo la biodiversità e portando un’oasi di pace nella Capitale. Parigi, infatti, non è esattamente un paradiso naturale: ha la più alta densità di popolazione ma al contempo la più bassa percentuale di parchi e giardini di qualsiasi Capitale europea.


Parigi, una fattoria metropolitana con vista Eiffel. Per scoprire la città dall'alto. E viverla lentamente

Aperta da qualche giorno, Nature Urbaine fa parte di una corsa globale allo sviluppo di eco-fattorie cittadine, un tassello in più per dare una svolta ecologica alla vita dei parigini e fornire frutta e verdura fresca locale a una popolazione finalmente più attenta all’ambiente.

In questa immensa area green, passeggiando tra le coltivazioni e gli orti verticali, si scoprono fragole rosse e succose, file su file di lattuga, spinaci e carote, erbe aromatiche e spezie, dal rosmarino al basilico, salvia e menta piperita. C’è l’area dedicata ai pomodorini, alle melanzane e alle bietole dai colori vivaci. E quella dove cresce frutta di stagione. Il tutto in chiave sostenibile ovviamente, secondo le tecniche di coltivazione più all’avanguardia. Cestini alla mano, i visitatori si possono cogliere da soli gli ortaggi e le erbe che preferiscono, consumarle direttamente tra i prati e le aiuole fiorite della fattoria, oppure impacchettare la spesa e portarla a casa.

I parigini dal pollice verde possono anche affittare piccoli orti in cui coltivare i propri ortaggi: i cittadini hanno a disposizione delle piccole porzioni di terreno, su cui cimentarsi in coltivazioni di ogni sorta, con il supporto e i consigli dei giardinieri professionisti.


Parigi, una fattoria metropolitana con vista Eiffel. Per scoprire la città dall'alto. E viverla lentamente

Per rendere il break nel verde più piacevole, c’è una anche un bel locale in cui pranzare, il bar e ristorante Le Perchoir, che prepara delizie con i prodotti a chilometro zero dell’orto metropolitano, in un piacevole dehor fatto di divani, gazebi e strutture in legno, immerso nei giardini fioriti, con una vista strepitosa su tutta la città.

L’agricoltura urbana non è, ovviamente, un fenomeno nuovo. Il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, punta ad avere in un paio d’anni almeno 100 ettari di tetti, muri e facciate in città ricoperti di vegetazione, con diversi orti urbani sparsi per la Capitale. C’è anche programma chiamato Les Parisculteurs, che invita la gente del posto a presentare progetti green per rendere la Capitale più vivibile. Un modo nuovo, ecologico e naturale di immaginare la città di domani. Insomma, si prospetta un futuro verde.



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